Non solo un telefilm.
Desperate Housewives è stato, per me, quello che per molti amanti del genere è stato Lost. Non un rompicapo destinato a un finale per scontentare (quasi) tutti, ma una presenza costante, anno dopo anno, fino a farti dire, alla sua conclusione “l’anno prossimo non ci sarà più”.
Non ho avuto la fortuna di guardare Lost in tempo reale: ho recuperato in un paio di mesi le prime 5 stagioni per poi vedere la sesta e ultima in tempo reale. E quando dico tempo reale intendo che l’ultima puntata l’ho vista in contemporanea con gli States, alle 5 di mattina.
Ho avuto invece la fortuna di seguire Desperate quasi totalmente in contemporanea. L’ho cominciato quando Sky trasmetteva la seconda stagione. All’epoca ero al primo anno di università, mi scaricavo le puntate con Emule e le convertivo di formato per caricarle sul mio iPod Video di 5^ Generazione (per l’epoca una tecnologia della madonna, aveva ancora la ghiera cliccabile e uno schermo delle dimensioni di tre dita).
Lo guardavo in treno, nei miei due anni da pendolare Brescia-Milano, prima di trasferirmi. Solitamente al ritorno dall’università, perché la batteria reggeva solo un episodio e mezzo, due se non ascoltavo anche la musica negli spostamenti a piedi.
Chi ama Desperate Housewives sa perché è stato più che un telefilm. La crescita dei protagonisti, le scene esilaranti e quelle commoventi, spesso improvvise e capaci di raggelarti una risata in gola o di farti sorridere con le lacrime. Brividi, spesso. Frasi mai banali, sempre contestualizzate e soprattutto generalizzabili. Perché un po’ tutti - al netto degli omicidi - potevano ritrovarsi nelle situazioni vissute dai protagonisti. I segreti, la ricerca della felicità, il sogno della famiglia, il guardare al passato e la paura del futuro. Tanti temi che chi ama DH conosce bene.
Inoltre, proprio mentre Andrew Van De Kamp faceva coming out con i suoi genitori nella prima e nella seconda stagione, io stavo affrontando l’identico percorso a casa. E proprio nella fase più difficile, in cui i miei genitori faticavano più che mai ad accettarlo, Andrew e Bree vivevano le stesse dinamiche di non-comunicazione, scontri e pianti, che vivevo io quando il treno arrivava in stazione e l’iPod si spegneva, scarico.
Dopo otto (o sette, poco cambia) anni, Desperate Housewives ha chiuso. Solo ieri ho avuto il coraggio di vedere l’episodio conclusivo. Non so nemmeno dire se me lo aspettavo così, semplicemente non credevo che sarebbe mai realmente finito. Perché è stato più di un programma televisivo. Mi ha accompagnato in una fase fondamentale della mia vita, ha fatto tanto. È stato un aiuto. Non solo un telefilm.


